“Abele vive qui”

E’ uscito la scorsa settimana lo storytelling fotografico “Abele vive qui” di Patrizia Minelli.

Leggete come Patrizia racconta questo suo lavoro:

 

“Credo di essere una delle poche fotografe che ha realizzato un progetto in un centro di accoglienza in Italia. Quasi tutto ciò che vediamo viene da un occhio maschile e al 90% da situazioni di emergenza. Pochi hanno creato un percorso sul “poi”.
L’argomento profughi mi aveva interessata da molto tempo, prima come persona, perchè mi sento parte di una situazione globale, dove gli eventi colpiscono tutti noi, che ne riceviamo un feedback a seconda delle nostre percezioni. Quindi per sentirmi partecipe di questo momento storico e sociale, il modo sarebbe stato la mia fotografia. Non avevo una motivazione concreta per decidere di partire verso una prima linea, a Lampedusa o sulla Balkan Route, non ci sarebbe stato senso solo per l’idea di poter poi cercare di vendere qualche foto. Nell’estate del 2015 su La Nazione/Mugello lessi un articolo circa degli accordi tra il Comune di Borgo San Lorenzo ed un centro accoglienza nella zona. Presi contatti, fino all’incontro con un responsabile per esporre la mia idea di entrare nel campo frequentando costantemente le persone, e realizzare un racconto fotografico, proponendomi come volontaria per non arrivare ed iniziare a scattare foto. Non avrebbe avuto senso, mancanza di rispetto per le persone e poco a che fare con ciò che desideravo mostrare. Ho tenuto un diario per tutti i mesi del lavoro, e passato ore a parlare con gli operatori all’interno del centro per capire e conoscere tutta la situazione globale, che a volte arriva all’esterno molto filtrata.

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C’è stata una iniziale difficoltà a rapportarmi con tutti uomini, di paesi e culture diversi dalla mia, dove hanno concezioni differenti del ruolo di una donna. Gli ospiti del centro arrivavano dal Bangladesh, Nigeria, Costa d’Avorio, Pakistan, Ghana, tutti scappati dai loro paesi e poi dalla Libia, dopo la caduta di Gheddafi. Ho frequentato assiduamente questo centro di accoglienza dove gli ospiti iniziavano il percorso per la richiesta del resident permis quindi non una “prima linea” di arrivo, uno sbarco o una frontiera. Io lo chiamo il loro secondo viaggio (il primo è stato quello per arrivare in Italia), questo invece si svolge all’interno delle leggi e della burocrazia italiane.
Per tutto il tempo mi ha spinta una forte voglia di creare un lavoro nuovo. Ho cercato un modo mio, anche alternativo di raccontare, per non cadere forse in cliché usuali.
Dopo mesi che entravo nei loro ambienti e nelle loro vite, facendo conoscenza e parlando di noi, delle nostre famiglie, ho visto che l’idea iniziale di un racconto temporale, si allontanava lasciando spazio a ciò che percepivo sul momento.
Quale era la realtà che mi trovavo davanti?.
Ho creato, almeno spero di averlo fatto, un percorso, sulla storia di uno e di tutti, quindi spazio a ciò che era il loro vivere in questi mesi, in attesa dell’iter da seguire. Ho cercato d’interpretare la loro interiorità, l’emotività che viene dall’attesa di risposte, la mancanza di certezze sul futuro, i loro silenzi, la solitudine perché vivono isolati, la distanza dalle famiglie, il rifiuto della loro presenza all’esterno e la campagna quasi a fare da muro proprio verso l’esterno.
Questi silenzi interiori li ho raccontati con la loro assenza.

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Raccontare la presenza tramite l’assenza, questo è stato il percorso da seguire, e quanto poi è stato letto nell’editing fotografico.
E’ un racconto introspettivo, un senso di sospeso e indefinito. Ho scelto il colore, non di contrasto, ma piuttosto naturale per rimanere il più possibile nella realtà, leggermente desaturo per rafforzare le loro vite sospese in attesa di qualcosa. Non ho cercato forzature ed il bianco e nero non mi è sembrato che dovesse enfatizzare qualcosa in più di quanto ho raccontato.
A novembre 2015 dopo l’attentato a Parigi, nel Mugello la comunità islamica manifestó “Not in my Name” contro ogni forma di terrorismo. Ci fu molta partecipazione da parte di tutti, cattolici e musulmani, anche gli ospiti del centro marciarono per chiedere la pace.
Io fui accreditata come fotografa, quindi tutti mi conobbero per ciò che facevo e fu facile, avendo ormai la loro confidenza iniziare a fotografare loro, le loro cose personali e l’ambiente.”

“Abele vive qui”
E’ acquistabile online nel book shop di Maledetti Fotografi
http://www.maledettifotografi.it/shop/

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